I nativi digitali in Italia

In questi giorni in corso il convegno Digital Learning (ve ne abbiamo parlato qui)

Per chi, come noi non ha potuto prendervi parte, segnaliamo l’articolo apparso su Wired che anticipa i risultati di una ricerca condotta sul tema nativi digitali italiani

Da 0 a 12 anni, l’identikit dei veri nativi digitali /Paolo Ferri

Ecco cosa emerge:

Dai dati del report di ricerca, emergono, infatti, tre tipologie differenti di nativi digitali, che segnano la transizione dall’analogico al digitale dei giovani nei paesi sviluppati:
a. I nativi digitali puri (tra 0 e 12 anni);

b. i Millennials (tra 14 e 18 anni);

c. I nativi digitali spuri (tra 18 e 25 anni).

Parlando di nativi digitali spuri

Il fatto è che la loro capacità di gestire i tools del Web 2.0 è stata un po’ sopravvalutata, da tutti noi immigranti che ci occupiamo di nuovi media. O meglio, oggi possiamo dire che sia stata proiettata su questa generazione di confine una serie di competenze digitali, una fluency e una literacy tecnologica che è propria solo dei più piccoli, i nativi digitali puri (0-12 anni).

[…]Ma questi dati, che sono congruenti con quelli della ricerche internazionali, ci dicono che si è probabilmente sopravvalutata la capacità di utilizzo in chiave attiva e creativa dei vari tools della comunicazione digitale e del Web 2.0

[…]Per esempio, dai nostri dati emerge in maniera chiara che Facebook, il fenomeno di questi due anni, è usato dai nativi digitali spuri in maniera “affluente” e “non proattiva”. Cioè Facebook ha fatto calare almeno nei 2/3 di questo gruppo la dimensione creativa e innovativa dell’uso del Web. Facebook è più immediato di un blog, e meno impegnativo di Wikipedia e YouTube.

Alcune note a margine:

  • ci convince poco la macroarea 0-12: un target di età con abilità davvero troppo differenti per potere essere paragonate. Inoltre la pura distinzione per data di nascita capiamo possa essere funzionale alla ricerca ma ci sembra volere inquadrare i nativi digitali tagliando troppo con l’accetta. Su questo tema esistono studi che questionano la distinzione puramente anagrafica, in parte ripresi nell’edizione italiana di Born Digital
  • il nativo digitale non è poi così prosumer come pensavamo perché fa molto il consumer di contenuti e poco il producer e quando si cala in questo ruolo non è detto che sia così creativo: perché ci sia la reale possibilità di sfruttare il potenziale delle nuove tecnologie serve un grande sforzo educativo
  • il problema Facebook: questo articolo che vi cito l’ho segnalato sul mio profilo Facebook già alcuni giorni fa. Questo tipo di segnalazioni  è molto più comodo e rapido del bloggare, ma l’intento è diverso: su fb si rilanciano contenuti di interesse, mentre  il blog è una forma di giornalismo o (per non esagerare) di segnalazioni commentate. Un po’ quella differenza che passa tra la free press e i quotidiani. Il pubblico però è diverso, si rischia arrendendosi all’oggettiva comodità del condividi con un link di non creare contenuti e nuove connessioni ma di rinsaldare solo i legami già esistenti privandoci di una parte delle possibilità della serendipity.

3 risposte a “I nativi digitali in Italia

  1. Mi chiedo se le ricerche e gli studi in ambito accademico non siano talvolta troppo lontani dalla realtà quotidiana di insegnanti ed educatori. Serve davvero, e a chi, definire con tanta precisione categorie e fasce d’età dei nativi digitali? Se l’obiettivo primario della scuola è quello di preparare i giovani al futuro, indubbiamente le ICT dovranno fare ingresso nelle aule in maniera massiccia. Questo richiederà a dirigenti e insegnanti un cambio di paradigma, sia sotto il profilo pedagogico che organizzativo. Come insegnare utilizzando (anche) le nuove tecnologie e facendo leva sulle modalità collaborative tipiche dei giovani di oggi, siano essi nativi digitali o no?

    • Bella domanda, ci piacerebbe avere una risposta anche da chi questa ricerca l’ha condotta.
      Però noi pensiamo che queste ricerche servano, perchè senza cornice teorica di riferimento spesso si annaspa. E conoscere il target (che però non è cosi bianco o nero ma pieno di mille bellissimi grigi) è imprescindibile per l’auspicato cambiamento che tu ipotizzavi.

  2. Concordo che una cornice teorica di riferimento sia utile per inquadrare il fenomeno. Quello che intendevo dire è che si corre il rischio di teorizzare tanto e fare poco. Invece che l’ennesimo convegno, meglio investire nella formazione agli insegnanti. Che ne hanno parecchio bisogno.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...