Leggere 2.0

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Il messagio di Domenico Bogliolo passato su Aib-Cur ci ricorda che è il momento di sfornare un post che avevamo in caldo da un po’.

To read or not to read: a question of national consequence” è un rapporto tecnico di 100 pagine in PDF messo a punto dalla NEA, National Endowment for the Arts di Wahington DC, “azienda autonoma” federale a capitale misto fondata nel 1965, che sostiene e finanzia molto seriamente progetti di eccellenza artistica negli USA.
Il rapporto aggiorna al novembre 2007 un analogo rapporto del 2004 “Reading at risk“, e contiene un’analisi approfondita dei modelli di lettura di bambini, adolescenti, adulti degli Stati Uniti, integrando più di 40 fonti diverse come enti federali, università, fondazioni e associazioni.
L’aspetto qui investigato è la lettura come attività d’ozio e fonte di piacere (entertainment), secondo il principio che le società non si evolvono per dovere o costrizione, ma seguendo il principio del piacere.
I risultati sono, come possiamo tutti immaginare, ampiamente preoccupanti, non solo per i lettori elementari o adolescenti, ma anche per quelli universitari, con un ovvio nesso diretto fra la non-lettura e la non-comprensione. Lo studio termina con un appello a genitori, docenti, bibliotecari, scrittori, editori, politici, imprenditori, economisti e attivisti sociali affinché pongano mano a iniziative di ogni genere per controbilanciare la tendenza alla non-lettura. Il rapporto non propone soluzioni ma dimostra l’assoluta certezza dell’esistenza del problema e pone sul tappeto l’esigenza di cominciare a trovarne soluzioni, pena un inedito e inarrestabile declino non solo culturale ma anche sociale, scientifico, economico e produttivo dell’intero Paese.

Il messaggio rimanda anche alla lettura di un interessante post di quel meraviglioso blog che è Sedic (per chi se la cava con lo spagnolo).

Il commento dà voce a un dubbio che rode anche noi da un po’ di tempo: stiamo guardando la realtà della lettura con occhiali sbagliati? E’ proprio vero che si legge di meno o si legge diverso? La next Generation ha bisogno di una lettura tradizionale o no?

lo primero que me pregunto es si todos nosotros -incluidos los que planean encuestas, analizan datos o redactan informes- no estaremos inmersos en un “paradigma lector” ya superado. […]

Abunda el informe en que la lectura es esencial para la configuración de una sociedad libre y próspera. La lectura placentera es una actividad irremplazable para el desarrollo de ciudadanos “activos y productivos” y de grupos humanos saludables. Aunque los medios electrónicos puedan también ofrecer beneficios, en ningún caso pueden sustituir el desarrollo intelectual y personal que supone la lectura frecuente.

La vera emergenza nazionale è che i giovani non amano leggere o che non sanno decodificare quello che leggono? Quanto promozione della lettura e information literacy sono collegati?

C’è spazio per entrambe nelle biblioteche; da un lato i ragazzi multitasking non riescono a concentrarsi su un testo lungo e questo non permette loro di amare la lettura, dall’altra parte devono essere versati in nuove abilità che permettano loro di capire, nella pluralità delle offerte informative, qual è rilevante per i loro bisogni.

Quale il ruolo del bibliotecario e delle biblioteche nella vita dei net-geners?

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Una risposta a “Leggere 2.0

  1. Si veda anche la notizia di Repubblica sui laureati letterati
    http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/scuola_e_universita/servizi/laureati-analfabeti/laureati-analfabeti/laureati-analfabeti.html
    In particolare:
    Ma andiamo avanti: uno su tre possiede meno di cento libri, praticamente solo i suoi vecchi testi scolastici. Uno su cinque non ha in casa un’enciclopedia. Quasi nessuno (73 per cento) va in
    biblioteca, e quando ci va, raramente prende libri in prestito. “Manca il tempo”, “sono troppo stanco”, le scuse più comuni. Ma ci sono anche quelli che non accampano giustificazioni imbarazzate, anzi rivendicano il loro illetteratismo come atteggiamento moderno e aggiornato: “leggere oggi non serve”, “è un medium lento”, “preferisco altre forme di comunicazione sociale”.

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