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A scuola di Tweet

In 140 caratteri si impara a scrivere e leggere. Questo il progetto delle scuole francesci riunite in Twitclasses. La notizia è riportata dall’edizione odierna de Il corriere della sera  che racconta di questo progetto di apprendimento attraverso Twitter. Pedagogicamente, affermano le insegnanti, i 140 caratteri sono adatti alle esigenze dei bambini e poi

Apprendono presto che la scrittura su carta rimane, mentre sul pc si può cancellare. E questo elimina la colpa dell’errore, dello scrivere male e permette di sperimentare senza paura

In effetti (storie di vita vissuta) a 3 anni si può imparare a scrivere una parola sull’iPad per cercare il video preferito su YouTube, ma per una volta il nostro tecnoentusiasmo fa un passo indietro. Scrivere per Twitter non significa solo scrivere in 140 caratteri ma scrivere con una sintassi diversa.

Per esempio la frase Sul Corriere della Sera di oggi un articolo su Twitter come strumento didattico nelle scuole elementari francesi   sta correttamente nei 140 caratteri, ma chi ha un po’ di dimestichezza con i cinguettii sa che la frase redatta in twittese potrebbe suonare come  Twitter come strumento didattico nelle scuole elementari in #francia #newliteracies #Corriereit http://bit.ly/xkdezs

Cosa stanno insegnando queste maestre quindi? Certo non a scrivere con un nuovo media nel linguaggio che usa, nella migliore delle ipotesi stanno insegnando a scrivere brevi frasi e lo fanno facendole scrivere su un quaderno (ok, va bene dovranno pure imparare a tenere la penna in mano) e poi proiettandole su uno schermo.

Non dubito delle buone intenzioni degli insegnanti (e come è fastidioso nell’articolo leggere più volte “giovane maestra”, come se solo i cd gggiovani potessero avere a che fare con le tecnologie) ma si tratta di un uso improprio dello strumento che davvero non credo possa portare un reale beneficio pedagogico o didattico. E voi che ne pensate?

Twitter, privacy e adolescenti

Dal blog Apophenia, miniera preziosa di informazioni curata da danah boyd (guarisci presto!) prendiamo lo spunto per palrare un po’ di Twitter, privacy e adolescenti.

E’ uno strumento davvero cosi diffuso tra gli adolescenti? Su questo non abbiamo trovato dati italiani, ma la stessa boyd ci dice che non tutti usano twitter e quando ci si appassionano è principalmente per tre motivi:

  1. seguono la vita privata delle star e sperano, commentando i loro tweet di entrare in contatto diretto con loro (Demi Moore e il suo toy boy hanno dato il via a questa moda)
  2. partecipano ai concorsi che le aziende lanciano via Twitter
  3. giocano on line agli hashtag games, come #lessambitiousmovies

Twitter dà due opzioni sulla privacy: tweet pubblici o meno; i ragazzi sono consapevoli che quello che tweettano potrebbe essere leggibile da tutti? E che opzione scelgono? Come lo usano rispetto a Facebook?

Due differenze: twitter sembra più intimo e meno “caciarone”(come rivela la boud nel suo post citando interviste da lei condotte), inoltre non richiede per forza l’uso della tua vera identità: in un certo senso si è più protetti dall’inizio.

E si presta a un’interessante forma di crittografia

But even when teens aren’t hiding behind monikers, what they post may not make sense to an outsider. Access to content is not the same as access to interpretation. Teens regularly post in-jokes and use song lyrics or cryptic references to speak to a narrower audience than might be accessing their tweets. Some tweets are clearly difficult to decode, making the reader aware that a message is being hidden; others can be understood as “social steganography” where the message is hidden in “plain sight”. While their classmates, parents or potential employers may be able to see these tweets, they don’t necessarily understand them. Although there’s nothing fundamentally new about these practices, their application to Twitter makes it clear that teens are aware of speaking in public and using strategies to manage it.

Per approfondire: