Stiamo leggendo: The digital native-myth and reality / N. Selwyn
Settembre 16, 2009
In vena di aggiornamento professionale stiamo leggendo:
SELWYN, N., 2009. The digital native – myth and reality. Aslib Proceedings, 61(4), 364-379.
(disponibile anche su Scribd http://www.scribd.com/doc/9775892/Digital-Native)
Ecco allora una serie di appunti che, invece che tenere sul nostro pc, vogliamo condividere con voi. Per chi non ha voglia/tempo di leggersi 15 pagine in inglese. Piccoli appunti e riflessioni, senza nessuna pretesa…
Il concetto di nativo digitale è stato da subito accolto con favore, l’articolo in questione vuole sfatare alcuni giudizi comuni sui nativi digitali e fare il punto sulla letteratura anglo americana pubblicata in merito.
Prensky ha coniato il termine in una serie di articoli scritti a partire dal 2001 (oggi parla di i-kids con riferimento ai dispositivi mobili della Apple). Come sappiamo il termine nativo digitale non è univocamente accettato, si parla anche di net generation (Tapscott) o homo zappiens (Veen) o di net savvy (Levin) o di generazione M (media), V(virtuale) o C (connessa) ma anche, rispetto alla famiglia, di media families e digital childhood. Se invece guardiamo all’apprendimento si parla di new millenium learners (sulle competenze necessarie e sugli stili di apprendimento si veda ad esempio il progetto NML)
Pur nelle differenti terminologia c’è una concezione di base comune: c’è una rottura tra i nativi digitali e gli immgrati perchè i primi hanno nel loro DNA le tecnologie e le usano come estensioni del loro corpo. Ma è così vero o questa percezione si basa su anedottica e non su studi scientifici? Questo dilemma è proprio al centro delle indagini di questo articolo.
Much of the writing around the digital native theme is concerned less with documenting young people’s use of specific digital technologies per se, than the general practices and dispositions that digital technologies support and facilitate within their lives. (p.366)
ovvero esiste una media ecology che spiega l’uso che i ragazzi fanno delle tecnologie che si configurano come convergenti e ibridate in un grande mash up di media tradizionali e sociali.
Le caratteristiche quindi della generazione si confermano essere, in base agli studi analizzati:
-multitasking e giocolieri digitali (digital juggling)
-non discenti passivi ma attivi in quanto multitasking
-autonomi e altamente socievoli ovvero grazie al web 2.0 parliamo di collaboration generation (Tapscott) -caratterizzata sia da un estremo individualismo inteso sia come vetrina di sè sia come personalizzazione degli applicativi, ma anche da una collaborazione tra pari
Indubbi sono i vantaggi cognitivi e neurologici di questo modo di pensare e agire (confermati dalle osservazioni di neuroscienziati) ovvero:
-maggiore rapidità nell’apprendimento (o semplicemente nel leggere?)
-connessioni random (che stimolano il processo creativo e la serendipity)
-predilezione per le informazioni visive
-based play learning
Tutto ciò non esclude che anche il nativo digitale abbia delle grosse pecche nelle capacità di gestire l’informazione. Infatti:
-taglia e incolla senza spirito critico
-fa collezione di informazioni ma non le sa trasformare in conoscenza clicking replaces thinking (Brabazon)
-la self expression si contrappone al learining (sono produttori di se stessi nei social network e non sono più consumatori di prodotti culturali)
Le biblioteche, le scuole, i musei con le loro caratteristiche di adesione a regole e formalità sono ancora spazi per digitali nativi? è necessario un pedagogical mashup ovvero una nuova pedagogia di ragazzi che si autoinsegnano sotto la guida di un docente (seconda la visione di Prensky)
Ma la realtà è davvero questa e per tutti? Non è facile saperlo perchè sui digitali nativi c’è molta letteratuta anedottica e pochi dati certi.
Certo c’è anche all’interno dei digitali nativi un divide che si basa sullo status socio-economico culturale e geografico. Inoltre il reale uso delle tecnologie cosiddette collaborative e sociali è più solitario di quanto si pensi, come se i ragazzi non sapessero attuare il potenziale insito in esse. Si tratta ancora di utenti per lo più passivi ma che sanno dominare tecnologie che li potrebbero rendere grandemente attivi, mentre le interazioni face-to-face sono ancora importanti
Nonstante sia necessario rivedere al ribasso alcune delle nostre credenze riguardo questo target è importante riconsiderare il ruolo delle istituzioni e delle persone nell’educazione e garantire equità di accesso contro il digital divide non solo geografico ma anche socio-economico e passare da un modello top-down a uno bottom-up.
Il ruolo degli adulti deve essere quello di sviluppare le critical digital literacies ovvero aiutare nello sviluppo delle abilità critiche e creative (digital media literacy)
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1. Stiamo Leggendo: Pockets of Potential / Carly Shuler « biblioragazzi | Settembre 18, 2009 at 8:59 pm
[...] si rende conto che non sono poi così preparati nelle competenze chiave del 21 secolo. (vedi questo nostro post) Come risolvere questa problema? Aiutandoli fin da piccoli a sviluppare le loro abilità perchè [...]